CRITICA

-Continua- (Remo Spiga)

deliberatamente accantonato, di fiabesco, di favolosamente irreale e suggestionante, ha guadagnato di affidabilmente umano. E per quanto riguarda i termini del suo linguaggio se i sontuosi grumi metrici brulicanti di fosforescenze di un tempo si sono come disciolti in più quete e larghe stesure nettamente definite e, per l'asciutta geometria delle loro delimitazioni spaziali, componentisi talvolta quasi a guisa di intarsio, non sono affatto svigorite, ma anzi, appaiono intensificate la vivacità e la forza espressiva del colore; mentre quell'aspirazione ad una salda organicità strutturale che del resto non era venuta meno neppure nei dipinti apparentemente più "informali" i realizza in più vigorose soluzioni compositive che coinvolgono l'intera superficie della tela: dove anche i fondi, a volte a tinta unita, ma mai piatta, quasi grandiose lame di puro colore intervengono nel contesto figurale a sostenere le screziate accensioni cromatiche. Ma Elvo è ben lungi dall'attestarsi su questi già prestigiosi traguardi, se mi par di scorgere nei suoi ultimissimi dipinti un ulteriore modo di impadronirsi della realtà, i cui dati liricamente per lui più significanti vengono liberamente trascelti ed evocati come in una sorta di vagabondaggio visivo pieno di segreti trasalimenti, e tendono ad assestarsi in composizioni che hanno la grazia e il misterioso rigore con cui i reperti della natura sogliono essere accostati negli "ikebana". Dove approderanno queste ultime ricerche - del resto armoniosamente conseguenti alle precedenti - appare prematuro il dirlo: ma è certo che da esse sta già scaturendo un nuovo, prezioso dono di poesia.


Remo Spiga

010203
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