critica

Testimonianze di alcuni artisti sulla pittura di Elvo

Ugo Marinangeli: “Una pittura che è ai limiti dell’astratto, che ricorda la nostra terra di origine è notevole per due motivi. Primo, il modo del tutto personale e nuovo di tradurre le impressioni naturalistiche. Secondo, la preziosità del gusto per cui i suoi quadri danno piacere agli occhi.”

1981 in occasione della mostra alla galleria
“IL PARAMETRO” via Margutta

Sebastian Matta: “Porta avanti un particolare linguaggio di carattere violentemente espressionista, che si definisce in immagini forti, di sapore narrativo, delineato da un segno profondo e denso e da un colore non vivo ma vibrante.”

1986 in occasione della mostra alla galleria
“IL SAGGIATORE” – via Marguna

Cesare Siviglia: “Ispida, ossuta, ma anche capace di tenerezze definitive, è la pittura che Elvo ha condotto in questi ultimi anni. Il suo è passo di visionario, eccitato ed esercitato in scambi serrati di sensibilità e pensiero con i materiali del vedere, che giunge a compimento proprio quando, ormai sfibrata, l’immagine si sperde, riprende a lievitare in sostanziato corpo di pittura.”

1986 in occasione della mostra alla galleria
“IL SAGGIATORE”- via Margutta

Remo Spiga

Prima ancora di qualificare i nuovi esiti formali della pittura di Elvo, un artista che, dopo aver iniziato giovanissimo, quasi come “enfant prodige” ha svolto un’importante attività che tra l’altro lo portò ad assumere una posizione di rilievo durante gli anni 70-80, quando dette inizio al gruppo di “SPAZIO ALTERNATIVO” gruppo che ebbe molta risonanza nell’ambiente artistico romano e prima ancora di sottolineare la straordinaria vivacità e al tempo stesso la profonda coerenza del suo percorso preme di riconoscere il nuovo e più fervido calore, la più vasta e generosa apertura di interessi e di effetti che caratterizzano l’opera sua più recente: sia che prosegua nella lirica interpretazione e trasfigurazione di paesaggi amati, sia, soprattutto, che volga ad un’appassionata e trepida indagine della bellezza, delle molteplici potenzialità espressive della figura femminile.
Essendo evidente che in questi ultimi anni Elvo, il quale “non figurativo” o, come suoi dirsi comunemente, astrattista a rigor di termini non è mai stato, ha elaborato la sua ricerca anche attraverso un più diretto e confidente rapporto con la realtà, non si può non identificare tale orientamento come un atto ed arricchimento di amore, come il dischiudersi di nuove plaghe del sentimento in una stagione dell’esistenza che sempre più va consentendo al fascino dei ricordi e di questi alimentandosi e rinvigorendosi ne va teneramente fiero. Non a caso infatti a ricordo, o ai ricordi, Elvo ha affidato il titolo di alcuni suoi quadri, espressamente dichiarandone pertanto il carattere autobiografico ed al tempo stesso la fedeltà alla oggettiva tematica, alle immagini onde essi si sostanziano: sì che, nel trapassare dalla concitata e tempestosa immediatezza, quasi con caratteri di estemporaneità e, comunque, di accorta fruizione delle risorse dell’ “informale” delle
sue prove tra il ’70 e il ’75 circa alle mediate composizioni di oggi – in alcune delle quali pare persino di sentir riaffiorare l’apolline fermezza del disegno di Ingres-, la pittura di Elvo quello che ha perso, o meglio,

deliberatamente accantonato, di fiabesco, di favolosamente irreale e suggestionante, ha guadagnato di affidabilmente umano. E per quanto riguarda i termini del suo linguaggio se i sontuosi grumi metrici brulicanti di fosforescenze di un tempo si sono come disciolti in più quete e larghe stesure nettamente definite e, per l’asciutta geometria delle loro delimitazioni spaziali, componentisi talvolta quasi a guisa di intarsio, non sono affatto svigorite, ma anzi, appaiono intensificate la vivacità e la forza espressiva del colore; mentre quell’aspirazione ad una salda organicità strutturale che del resto non era venuta meno neppure nei dipinti apparentemente più “informali” i realizza in più vigorose soluzioni compositive che coinvolgono l’intera superficie della tela: dove anche i fondi, a volte a tinta unita, ma mai piatta, quasi grandiose lame di puro colore intervengono nel contesto figurale a sostenere le screziate accensioni cromatiche.
Ma Elvo è ben lungi dall’attestarsi su questi già prestigiosi traguardi, se mi par di scorgere nei suoi ultimissimi dipinti un ulteriore modo di impadronirsi della realtà, i cui dati liricamente per lui più significanti vengono liberamente trascelti ed evocati come in una sorta di vagabondaggio visivo pieno di segreti trasalimenti, e tendono ad assestarsi in composizioni che hanno la grazia e il misterioso rigore con cui i reperti della natura sogliono essere accostati negli “ikebana”. Dove approderanno queste ultime ricerche – del resto armoniosamente conseguenti alle precedenti – appare prematuro il dirlo: ma è certo che da esse sta già scaturendo un nuovo, prezioso dono di poesia.


Remo Spiga